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Definiamo
la Lineadi Luca Novelli
Definire l'Arte, diceva
Bruno Munari, è una preoccupazione inutile di noi adulti. I bambini fanno
arte senza porsi tante domande. Definirla era una preoccupazione inutile anche
per i popoli bambini, per l'infanzia dell'umanità.
I "primitivi" pittavano le pareti delle caverne come augurio di caccia, non
per farsi dare la patente d'artista dal critico più accreditato del paleolitico.
Per gli antichi Greci -che la sapevano lunga- arte voleva dire semplicemente
"saper fare". Tuttora il vocabolo "arte" ha lo stesso significato presso i giapponesi,
popolo raffinato e molto pragmatico in fatto di segno, design e arti visive.
Osvaldo Cavandoli pur "sapendo
fare" cinema d'animazione non s'è mai creato il problema di definire
l'Arte, e "artistico" il suo prodotto. Come un bambino munariano (anche se nel
1969, anno di nascita della Linea, il giovanile Osvaldo aveva già i suoi
annetti) ha preso un foglio bianco e delineato con la matita il profilo di una
forma umana. Le ha dato una voce (il mix lombardo-cinese dell'attore Carlo Bonomi)
e un caratterino molto simile al suo.
Come un artista-primitivo le ha fatto mimare avventure, scene di vita quotidiana,
d'amore e di sesso. Perché? Per buon auspicio, per il divertimento altrui,
per soldi. Però ha fatto qualcosa che pochi altri autori suoi contemporanei
sono riusciti a fare: ha dato vita alla più incredibile opera d'arte
pop che sia mai apparsa sulla terra: una creatura mobile e chiacchierona, simpatica
e comunicativa, FATTA D'UN SOLO TRATTO.
La Linea è parente dei bassorilievi assiri- scriverà un indiscusso
critico dell'anno 2369-, è sempre di profilo come i personaggi egizi,
eppure è contemporanea dell'Arte Concettuale. La Linea -aggiungerà
serissimo uno storico d'arte del futuro- è un'opera-concetto coeva dei
tagli di Lucio Fontana, delle macchie di Pollock, dei barattoli di salsa di
pomodoro di Andy Warhol e di quelli di merda d'artista del compianto Piero Manzoni.
La Linea si fa notare nella pochezza d'arte del suo tempo -proseguiranno in
coro il critico e lo storico - facendo pubblicità a una pentola di successo.
Per tal cosa la Linea, popolarissima nelle televisioni di molti paesi del mondo,
incontrerà curiose difficoltà ad andare in onda nel suo (perché
ricorda la marca della pentola). Questo la porterà ad emigrare e ad apparire
in patria sotto le mentite spoglie di Pinocchio nella trasmissione di un certo
Gad Lerner.
Per anni rimarrà poco spiegabile il reale motivo delle limitate apparizioni televisive nella sua patria d'origine, perché Mike Bongiorno -santone televisivo a lei contemporaneo- continuerà imperterrito ad essere trasmesso pur avendo pubblicizzato una famosa grappa friulana. Così pure Massimo Giletti, promotore di antifurti, Milly Carlucci, promotrice di mozzarelle, Piero Chiambretti, venditore di automobili, Gerry Scotti , commerciante del riso che porta il suo cognome e così via... La verità -concluderà lo storico d'arte (e di televisione) del ventiquattresimo secolo- è che l'intellighenzia televisiva del tempo in fatto di segno e di disegno non era affatto intelligente.
Su un'altra cosa il nostro critico e il nostro storico del futuro concorderanno (insieme alla pro-pro-nipote della Casalinga di Voghera): quella di inserire la Linea tra le opere d'arte italiane più significative della seconda metà del ventesimo secolo (anche se in realtà non ne vengono in mente molte altre). Ai pochi che storceranno il naso sarà la stessa Linea a rispondere: chiudendo a pugno la mano sinistra e portando la mano destra all'interno del gomito sinistro, dove -come dice lo stesso Cavandoli- "mio nonno portava l'ombrello".
Un bell'esempio di "arte gestuale".
Ecco, non abbiamo definito l'arte, ma ci siamo avvicinati molto alla definizione della Linea.
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