RIDERE È GUERRA
di Cinzia Bibolotti e Franco A. Calotti

 

STAMPA SATIRICA E GIORNALI
DI TRINCEA DURANTE LA
PRIMA GUERRA MONDIALE
di Raffaele Bozzi

 

IL NEMICO
di Francesco Maggi

 

LA FIGURA FEMMINILE
di Francesco Maggi

RIDERE È GUERRA

 

Ridere è una forza indispensabile all'uomo.
Ridere è guerra
Gec (Enrico Gianeri)

 

 

Di ben altre guerre si parlava tra il 1914 e il 1918 in Europa, quando logoratisi gli instabili equilibri della politica e della diplomazia, iniziarono a parlare le armi. In anni in cui ci siamo abituati a vivere le guerre in diretta sul piccolo schermo televisivo mediati solo dall'affanno preoccupato degli inviati che rendono palpabile a tutti la tragedia, ci resta assai difficile immaginare gli scenari della Prima Guerra Mondiale, le crudeltà, i massacri indicibili degli assalti alla baionetta, l'estenuante guerra di posizione nelle fetide trincee, culla di un mondo che iniziava e finiva lì. Eppure in momenti di immane tragedia, in quelle attese snervanti rotte solo dalla pietas per gli amici morti, non c'era solo il cupo odore della morte. Si faceva largo, grazie anche tanti intellettuali che vestivano il panno grigioverde una conoscenza che solidificava la speranza della vittoria, creava una coscienza unitaria unendo mentalità e attitudini diverse per un obiettivo comune, si faceva largo, insomma, la voglia di stringersi per far posto alla voglia di riscatto. La solitudine dei soldati in trincea, l'attesa spasmodica degli ordini di attacco, inframezzata solo dalla dolcezza dei ricordi di ciò che si era lasciato a casa, in una guerra dei nervi con il nemico, che a poche centinaia di metri, viveva in fondo una situazione speculare, furono l'humus su cui andò ad incidere la campagna propagandistica dello Stato Maggiore dell'Esercito. Era il 1918, la guerra aveva vissuto già tante stagioni, e si apprestava al suo bagliore finale. Vittorio Emanuele Orlando e il gen. Diaz riorganizzavano le file dell'esercito, e la Battaglia del Piave si intravedeva all'orizzonte, quando il "Servizio P." presso il Comando Supremo si convinse che in fondo anche "ridere è guerra". Al beffardo scherno dei potenti di sempre, bastò sostituire i pupazzetti della guerra, per rimotivare le truppe, lenire il logoramento delle battaglie, rianimare i soldati e il loro morale. A queste scelte non furono probabilmente estranei personaggi come Ugo Ojetti e Giuseppe Lombardo Radice chiamati da Diaz a collaborare in questa fase di rilancio delle strategie non solo militari. E il salto di qualità ci fu e fu evidente: ai ciclostilati "alla buona", saltuari, fatti con pochi mezzi dai soldati per i soldati, quasi a pretesto per sfottò o per animare i conciliaboli, si sostituisce via via una stampa periodica di qualità professionale, scritta e preparata da giornalisti-soldati per i soldati, di buona realizzazione anche tipografica. Le cifre parlano da sole: dal giugno 1918 vengono regolarmente spedite al fronte almeno 28 testate destinate alla prima linea, e una decina diffuse nelle retrovie e nelle città. Sono giornali ovviamente differenti uno dall'altro, come impaginazione, impostazione e realizzazione a stampa, c'è il semplice bianco-nero ma anche smaglianti colori, si va dal giornale che echeggia un modello di successo come quello de "L'Asino" di Podrecca e Galantara, vero punto di riferimento da molti anni in quello scorcio del Novecento, ad impostazioni e pretese più modeste. Me non mancano neppure certe raffinatezze iconografiche - Soffici sulla Ghirba, tanto per citarne uno - così come non mancano banali pagine dei lettori-soldati, vere palestre per far sbizzarrire chi inframezza questi divertissement alle tensioni della guerra. Probabilmente c'è l'Ufficio Propaganda a tirare le fila, un Ufficio che prepara spesso qualche promemoria che viene poi sviluppato dalle redazioni, ma è anche vero che i fanti-redattori hanno nomi celeberrimi: Pietro Jahier, Gaetano Salvemini, Emilio Cecchi, Giorgio De Chirico,, Giuseppe Ungaretti, Curzio Malaparte, Salvator Gotta, Gioacchino Volpe, Ardengo Soffici e tanti altri. Certo non è tutta satira, ma non sono nemmeno noiosi bollettini di guerra: all'informazione più tradizionale, in fondo pensa già quella manciata di giornalisti (nel 1916 erano 14) accreditati presso il Comando Supremo e autori di una cronaca asciutta e addomesticata dalla retorica e dalle reticenze. poiché in fondo deve solo rassicurare chi sta a casa più che informare, visto che il dibattito vero sulla guerra e i suoi esiti resta in quegli anni confinato alle classi medio-alte della società - ma coglie l'obiettivo di aumentare a dismisura le tirature. Successo di diffusione che la stampa tradizionale d'informazione condivise proprio con i Giornali di trincea. Ogni Armata, a 1918, inoltrato ne aveva ormai uno che seguiva una propria linea, per quanto le malignità sul nemico, gli sfottò ai Governanti austro-ungarici, l'esasperazione comica dei luoghi comuni, in fondo accomunava tutti. Qualcuno riusciva anche a farlo attraverso un'iconografia pregiata d'artista, e il risultato fu imponente e importante.
La satira dei giornali di trincea, fu comunque lo sforzo del "quarto potere" per motivare l'assalto finale alla vittoria con gli stilemi della satira, certo ben diverso da quell'esempio di violenta satira alla guerra che la settima arte proponeva a firma del genio di Chaplin nel suo Shoulder Arms (Charlot soldato) (1918). Un capolavoro satirico che, come scrisse Louis Delluc, precursore dell'estetica cinematografica, è "un'opera che giustifica tutto quel che si può sperare dal cinema" e che segna il trionfo della libertà dell'individuo in assoluto contro ogni sorta di censura, propaganda o mezza verità.

Cinzia Bibolotti
Franco A.Calotti

 

 

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STAMPA SATIRICA E GIORNALI DI TRINCEA DURANTE LA PRIMA GUERRA MONDIALE

di Raffaele Bozzi

 

 

L'elemento determinante per l'entrata in guerra, a fianco dell'Intesa, fu la stampa italiana che, salvo pochissime eccezioni, diventò fautrice della necessità di intervento dell'Italia. Fra i più accesi e convincenti i giornali satirici già esistenti, fra cui primeggiavano Il Travaso, Il Guerin meschino, Il Pasquino ed altri da poco nati come Il 420, L'On.509, il torinese Numero. In un primo momento restarono fuori L'Asino del socialista Galantara ed i cattolici Il Mulo ed Il Bastone che ben presto, a guerra dichiarata si schierarono con gli altri.

Dunque il 23 Maggio del 1915 l'Italia entrò in guerra con la generale convinzione che in tre mesi e con un minimo impegno di bilancio, la guerra sarebbe stata terminata e vinta.

La dichiarazione di guerra aveva anche aspetti di farsa, veniva dichiarata guerra alla sola Austria e si dovette attendere l'Agosto dell'anno successivo per considerare nemica "anche" la Germania. Nel 1917, crollato il fronte Russo, le truppe Italiane non ressero l'offensiva Austro-Tedesca e fu il disastro di Caporetto.

Obblighi accordati all'Alleanza, le necessità politiche, le sussurrate ma non meno sensibili e insistenti pretese dell'opinione pubblica, chiedevano il rinnovarsi delle offensive, il ripetersi di inutili sacrifici. Nel 1917 due offensive inutili con 92.000 morti ed oltre 200.000 feriti, con enorme dispendio di materiale bellico, avevano spostato il fronte di qualche decina di metri.

Perciò la sconfitta di Caporetto fu principalmente dovuta a cause militari anche se non si può escludere che anche fattori morali e psicologici abbiano influito sullo stato d'animo e sullo spirito combattivo dell'esercito.

L'universitario di umile origine, tornato in licenza, trovava l'amico di studi "di buona famiglia" che insieme alle colleghe di Università si trastullava in qualche Comitato per corrispondere con i combattenti al fronte o per provvedere alla spedizione di una sciarpa o un paio di calze di lana. Il padre di famiglia con moglie e prole, tornato ad abbracciare la famiglia ed affacciatosi all'osteria del paese per salutare gli amici più "fortunati" era obbligato a sorbirsi il racconto delle gesta e delle imprese amatorie, talvolta anche "nell'orto del vicino", del celibe a cui la professione di operaio o altra strategica incombenza, avessero evitato la trincea. Molte volte il ritorno al freddo ed al bagnato della trincea era preferibile all'umiliazione di subire privilegi ed ingiustizie.

Si tenga presente, inoltre, che la più diffusa professione nell'Italia del 15-18 era quella dell'agricoltore. Il pensiero del soldato contadino, in trincea o durante un attacco, era per la mucca che partoriva, per il fieno da proteggere dalle piogge, per il grano o il mais da diserbare e rincalzare, per l'uva da raccogliere prima che la cattiva stagione ne compromettesse la qualità, per tutte quelle "faccende" che scandivano le ore, i giorni, le stagioni di una esistenza dove l'importante era sopravvivere. Dopo le preoccupazioni per i mezzi di sussistenza venivano i pensieri per la famiglia lasciata a casa con solo i vecchi, le donne, i bimbi. Quando il sussidio dello Stato Italiano non bastava, spesso la famiglia lasciata sola si trasferiva anche lontano per le "opere stagionali". Dal Veneto, dal Piemonte, dalla Emilia nei latifondi dei grandi proprietari terrieri, come nell'Agro Pontino per mietere, diserbare, rincalzare, raccogliere frutta e tabacco dormendo sotto le tettoie per l'essiccazione del tabacco e riportando alla casa lontana qualche centesimo e la malaria o altre infermità. Nel giornale Il piccolissimo di Giovanni Cena, illustrato da Duilio Cambellotti, viene narrata l'odissea dei contadini veneti che rincorrono un tozzo di pane nelle bonifiche Romane perché la forza lavoro della famiglia è stata prestata alla Patria. Spesso il contadino faceva il primo viaggio della sua vita per raggiungere la caserma, spesso era semianalfabeta, ma non gli era concesso di avere paura e tornare indietro, perché sarebbe stato fucilato e se, per disperazione ed impotenza si fosse dato prigioniero in "modo equivoco", avrebbe rischiato di privare la famiglia rimasta a casa del sussidio di sopravvivenza e sarebbe stato dichiarato disertore.

Dopo Caporetto la Nazione prese coscienza del disastro della guerra e molte cose cambiarono. Il nuovo capo del Governo, Orlando, riuscì ad intuire la tragedia di un popolo in guerra e venne creato un servizio: il servizio "P" a cui fu affidato il compito di propaganda presso i combattenti ma anche verso il fronte interno affinché la guerra diventasse la "battaglia" di tutto un popolo.

Dai primi giorni del 1918, ogni armata, ogni Corpo di Armata, talvolta anche alcune singole Divisioni e Reggimenti ebbero il loro foglio. Fin dall'inizio della guerra esistevano giornali scritti, disegnati nelle trincee dai soldati e dai graduati, dattiloscritti, ciclostilati, poligrafati, stampati presso tipografie ancora aperte nelle vicinanze delle linee di fuoco, talvolta scritti e disegnati a mano e recitati al bivacco nelle pause della battaglia. Nei nuovi giornali, stampati talora con dovizia di mezzi e con collaboratori professionisti, ma spesso in uniforme, si nota un cambiamento epocale: la guerra non è bella ma talvolta è necessaria e viene combattuta non in forza ad un volere politico o militare ma perché te lo chiede il tuo popolo, anche la tua famiglia.

Rileggiamo insieme l'apertura del giornale La trincea : "Che cosa è il fante? Il fante è quell'uomo che ti ci hanno detto sempre che la guerra era una barbaria e poi te lo hanno imballato in carro bestiame per mandarlo a fare la barbaria. Allora lui non ha capito più... Il fante è quell'uomo che ti ci hanno insegnato che la sua patria era il mondo e poi ti hanno scoperto nel millenovecentoquindici che la sua patria aveva un confine... Allora il fante ha cominciato a farneticare. Il fante è quell'uomo che ti ci avevano proprio adesso incominciato a dare l'alfabeto, come chi dicesse il biberone della cultura, e poi tutto in un momento ci hanno cominciato a schiaffare nella capoccia il diritto delle genti, il progresso, la civiltà, l'evoluzione e tutte quelle cose dei giornali che non ci capisce niente nemmeno chi ne parla tutto il giorno. Allora il fante è come se gli scoppiasse un razzo illuminante nel cervello. Il fante poi, adesso che comincia ad aprire gli occhi perché ci ha un pezzo di patria invasa e capisce che il tedesco gli vuole insegnare che la patria è il mondo per rubargli quello che ha e bruciargli il resto, mangia la foglia, ma si trova ancora come chi dicesse con un piede nel passato e uno nell'avvenire, che è una posizione molto scomoda... lui non può andare a casa finché non sono disposti ad andarci anche i cecchini e che il miglior modo di persuadere i cecchini è quello di non farli vincere più, il fante mangia la foglia..."

Con il fraseggiare tipico del corrispondente di guerra Luigi Locatelli, che scriveva con lo pseudonimo di Oronzo Marginati, ecco lo scopo dei giornali di trincea: far capire al fante, lontano da casa, impaurito che la guerra era giusta anche se brutta e l'unica soluzione era sconfiggere definitivamente un nemico oppressore e violento per ottenere una pace giusta e duratura.

La drammatica esperienza di Caporetto aveva messo in luce il problema della crisi morale delle truppe e con ritardo rispetto agli altri paesi belligeranti, i vertici politici e militari, fino ad allora poco propensi ad assumersi la responsabilità diretta degli errori, cominciarono a prefiggersi l'obiettivo di un sostegno psicologico che contro la facile suggestione del cedimento e dell'abbandono, sviluppasse le ragioni della resistenza e della riscossa. Caporetto ebbe anche il merito di avvicinare il paese al fronte, in un abbraccio ideale e partecipato. Lo spauracchio dell'invasione e della sconfitta risvegliò la consapevolezza degli eventi anche in coloro che lontani dalle cannonate si erano cullati nell'oblio del conflitto adagiandosi nelle comodità di una vita normale anzi, se possibile, approfittando e speculando in quei momenti tragici per alcuni, sulle occasioni che eventualmente si fossero presentate.

I giornali di trincea, specie quelli stampati con dovizia di mezzi e valenti collaboratori parlarono un linguaggio comprensibile e valido sia per il soldato nella trincea, sia per le famiglie rimaste a casa in attesa del ritorno dei propri cari dal fronte sia per coloro che non erano stati coinvolti dal conflitto. L'improvvisazione e l'inesperienza, soprattutto per i giornali stampati con l'impiego di scrittori e disegnatori, presi in prestito anche da giornali per l'infanzia, allontanò questi fogli stampati dalla reale psicologia complessa e ricca di innumerevoli sfaccettature della truppa combattente. I giornali stampati lontano dalle linee del fronte mancavano di spontaneità in contrapposizione ai giornali che venivano compilati fra gli stessi combattenti con le loro singolarità e differenze. Questi veri giornali di trincea favorivano una valida ed immediata comprensione perché erano alimentati da comuni esperienze di vita ed erano più recepiti sentimentalmente che capiti intellettualmente, basati su argomenti semplici e popolari. In realtà la semplicità, quasi infantile era caratteristica della quasi totalità dei fogli stampati, soprattutto rispetto ai corrispondenti degli alleati o degli avversari. Forse questa era la conferma che i nostri combattenti non erano ancora "adulti" e maturi per vivere da grandi la tragedia della guerra. Erano più immaturi, più inesperti, con meno tradizioni sulle spalle ma non per questo furono risparmiati dai sacrifici, dai lutti e ingiurie: furono eroi perché dovettero affrontare, da inesperti, il mostro sconosciuto della guerra. Molti dei giornali abusarono della satira e dell'ironia che, sebbene provocando il riso favorissero la trasmissione di idee a gente semplice, con l'animo del fanciullo, costruivano una trasfigurazione eccessiva e forzata della realtà di cui non si poteva ignorare la tragicità. Insomma, i giornali di trincea rivelano poco al cronista e allo storico, anche perché sottoposti a censura, ma aiutano molto lo studioso a comprendere i mutamenti che avvennero nella nostra società e... dopo la Grande Guerra, nel bene e nel male, niente fu come prima.

 

 

 

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IL NEMICO

di Francesco Maggi

 

Patapunfete! L'impero
Della forca è andato in tocchi
E Carletto il menzognero
Si è piegato sui ginocchi;
Vienna è vinta e si dispera,
Fece piangere? Ora pianga!
La bandiera gialla e nera
È nel fango? Ci rimanga.

 

VIVA IL SOLDATO è il titolo della composizione di Renato Simoni apparsa sul Supplemento 2 al numero 18 de "La Tradotta" datato 7 novembre 1918. E' un ovvio elogio al soldato italiano a guerra appena conclusa, per il prodigioso lavoro compiuto nella riappropriazione dei territori nazionali. Ma di fronte a queste giuste celebrazioni qual era il rovescio della medaglia? Quale rappresentazione costante, quale iconografia del nemico appare nei Giornali di Trincea o nel materiale di propaganda il cui primato spettava alla cartolina in franchigia? Prima di continuare è d'obbligo una doverosa precisazione: nei Giornali di Trincea non troveremo mai la cronistoria di un combattimento, il resoconto di una battaglia dalle sorti favorevoli o avverse, di un atto eroico oppure di codardia, di prigionieri fatti o di perdite subite. Le stesse impressioni di un cronista presente alle azioni guerresche si potevano visualizzare soltanto nei quotidiani; nella letteratura di trincea queste notizie erano assolutamente latitanti. Del resto i pochi eventi bellici rappresentati in maniera vaga e frammentaria forniscono solo lo spunto per una caricatura, per una poesia, per una trovata che possa, suscitando l'ilarità del lettore, ribadire due concetti fondamentali: la propria forza e la debolezza dell'avversario. Sin dalle prime edizioni, corroborate anche dal conforto di successi militari che avevano riacceso la speranza di ribaltare le sorti del conflitto, la riconquistata fiducia veniva amplificata nel disegno, nella satira, nell'umorismo che permeava ogni foglio stampato. Le idee si tramutavano in vignette umoristiche e canzonatorie forse più idonee a rappresentazioni goliardiche studentesche che non a trattazioni delle tragedie della guerra. Ma il risultato positivo era garantito ad esempio ne "La Tradotta" dai bozzetti scanzonati di Antonio Rubino e dal personaggio di Muscolo Mattia, nato dalla sua penna, assurto e idealizzato a prototipo del soldato italiano. Gli interventi di questo protagonista procurano situazioni esilaranti ad effetto "domino", provocano terrore e sconcerto fra le file nemiche e sortiscono attraverso la caricatura lo scopo ultimo di magnificare l'italica superiorità. Ecco, quindi, che all'odio, all'antagonismo etnico si sostituisce la consapevolezza delle proprie capacità, la convinzione della bontà delle proprie rivendicazioni e la giustezza del trionfo del buono sul cattivo. Il soldato nemico è rappresentato come schiacciato, imbelle, sbigottito, infilzato nella baionetta, tremolante, inerme, con gli occhi fuori dalle orbite da cui traspare il terrore, incapace di opporre la pur minima resistenza mentre il nostro eroe rotea il moschetto '91 come clava bastonando il nemico; utilizza le mani anziché le pallottole con l'unico obiettivo di dominare il nemico e farlo ritirare incerottato e malconcio, "offeso dall'offensiva".

Ma i personaggi maggiormente stimolati dalla satira e che più incarnano la verve caricaturale sono i Capi o Regnanti dell'epoca. Svariate sono le situazioni di ilarità anche greve che coinvolgono i vari personaggi come il Kaiser, l'imperatore Francesco Giuseppe, Carlo I d'Asburgo, l'imperatrice Zita di Borbone immortalati in poesie, fumetti, illustrazioni, parodie, salaci caricature quali incontrastati mattatori sulla scena di un ipotetico teatro delle marionette o nelle vesti personalizzate delle figure del Male. Tramite questi meccanismi e queste deformazioni della realtà il soldato impara a figurarsi l'antagonista ed a coltivare sentimenti di avversione. La formula, quale naturale osmosi bambino-adulto, viene presa in prestito anche da parodie già collaudate dal "Corriere dei Piccoli": è il caso de Il re antropofago, storiella in otto quadri di Antonio Rubino ("La Tradotta" n. 2 del 31 marzo 1918), dove si esamina la candidatura di un degno crudele sostituto del re venuto a mancare ed alla fine la scelta si dirige sul Kaiser Guglielmo II: Vien Guglielmo col suo vario / Rinomato campionario / D'arti barbare, arti sozze, / gas, siluri e mani mozze. / I cannibali a una voce / Gridan tutti: - il più feroce, / il più barbaro sei tu, / degno re degli Zulù! -

Il livello estremo di classificazione negativa si raggiunge forse con il fenomeno dell'aggressività diffusa di cui era permeata l'opinione pubblica di tutti i Paesi coinvolti nel conflitto ossia la demonizzazione del nemico; anzi addirittura il primato del terrore con il Proclama di Lucifero e l'ammissione: "Siamo superati dai tedeschi i quali hanno inventato tali atroci mezzi di strage e di tortura che è nostro preciso dovere quello di ritirarci nelle profondità tenebrose dell'inferno lasciando il comando di tutte le forze infernali nelle mani del Kaiser"; ("La Ghirba" n. 29 del 31 dicembre 1918). Il seguito è fornito dalla risposta del Comando Settore Stige in cui si assicura il Comando Superiore delle Forze Infernali di aver inviato giovani diavoli a frequentare corsi di crudeltà ed infamia in Germania ed in Austria-Ungheria. Questa storiella, abilmente orchestrata da Ardengo Soffici che aveva diretto "La Ghirba" con "la penna ed il pennello" è preceduta da una chiarificazione circa pseudo incartamenti postumi ritrovati nell'archivio dell'ex Kaiser.

Carlo I d'Asburgo viene chiamato impietosamente Carlino ne "La Tradotta" a causa della giovane età ed identificato come un bambino bugiardo e capriccioso; era del resto accusato in patria di essere un debole, un incompetente ed anche succube della moglie italiana. Il numero 10, datato 13 giugno 1918 del giornale della 7^ Armata "Il Razzo" reca in prima pagina alcune ilari scenette de La giornata di Carletto. Inizia con la sveglia dopo aver dormito sugli allori, si fa lisciare il pelo dal vecchio Konrad, invia notizie sotto forma di bolle di sapone tratte dal secchio dell'Agenzia Informazioni, fa colazione con pane Kappa e... carne Zita, ed appare al centro la sua effige di uomo sdentato, incerottato e pieno di bernoccoli che rappresentano le quote in altezza delle sconfitte subite. Copiose sono le scenette in cui questi personaggi sono trattati alla berlina per cui è impossibile citarle tutte; a completamento di questo scritto non certo esaustivo si ricorre ancora a Renato Simoni che nel numero 15 de "La Tradotta" del 14 agosto 1918, con l'ode L'Ospedale delle Incurabili, accomuna in modo farsesco le sorti di Germania ed Austria: Guglielmo e Carlo con febbril premura / Aprire hanno dovuto un ospedale / Per sottoporre a rigorosa cura / Le povere offensive andate a male. / L'offensiva austro-ungarica, distesa / Nel suo lettuccio, rantolando va: / negli organi vitali è stata offesa; / se prima fece schifo, or fa pietà! / L'offensiva tedesca, annaspa, scarica / Il gas supremo e fredda resta là... / Sopra il letto vicin quella austro-ungarica / Era sì morta che puzzava già.

 

 

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LA FIGURA FEMMINILE

di Francesco Maggi

 

 

La figura femminile come madre, consorte, sorella che si sostituisce nelle gestioni lavorative nei campi e nelle fabbriche al ruolo maschile incombe in modo assiduo nelle giornate e nei pensieri di ogni militare al fronte e fa la sua comparsa nei Giornali di Trincea, in una veste goliardico-popolare ospitata in rubriche quasi costanti.

Iniziando ad analizzare le rubriche di natura satirica la nostra attenzione si dirige su "La Tradotta" e sulle lettere del Soldato Baldoria e quelle in risposta di Teresina tracciate dalla penna di Arnaldo Fraccaroli ed illustrate da Giuseppe Mazzoni. Da ricordare ancora Le Lettere dal Campo di Pippo Buffa ne "La Voce del Piave" e l'Epistolario di Rosina ne "La Giberna". La Rosina conosce un po' tutti i dialetti anche perché ha un moroso in ogni regione; solo il padrone di Rosina non ha successo con lei perché vive di rendita, non è un uomo del popolo e soprattutto è contrario alla guerra. Anche i nomi femminili ricorrenti sono nomi della familiarità contadina, umile e casareccia. Meritano una citazione i personaggi di Archibaldo della Daga, fante, quasi Ardito ex piantone, e della sua morosa Rosina Dal fodero, la cui corrispondenza è infarcita da doppi sensi, parole equivoche e pseudo volontari errori come ad esempio quando Rosina scrivendo dice di aver toccato "il dito con il cielo" perché finalmente si ritrova tra le braccia del suo moroso. ("La Ghirba" n. 18 del 18 agosto 1918). Sensazioni diverse stimolano le affusolate figure femminili in stile Liberty disegnate da Umberto Brunelleschi ne "La Tradotta". Sono di incerta e vaga definizione di status lasciando al lettore il privilegio di decidere a seconda della sua predisposizione mentale a quale "categoria" assegnarle: potrebbero essere fanciulle dell'aristocrazia o dell'alta borghesia intente a raccogliere fondi o generi di conforto oppure altro da destinare ai soldati e ai profughi delle province invase; potrebbero anche essere rappresentanti di "quelle signore" d'alto bordo che oggi chiameremmo escort ma un tempo erano additate con l'appellativo di cocotte. In un caso o nell'altro si sarebbe trattato di elemento femminile irragiungibile ma pur sempre capace di generare sogni morbosi o voli pindarici contribuendo quindi ad accantonare i cupi pensieri della realtà della vita di trincea. Ma il compito dei Giornali di Trincea non si esauriva soltanto nelle forme ludiche, il loro intento era anche di insegnare e del resto uno dei sottotitoli del giornale "L'Astico" era "combattere e seminare"; seminare ovviamente cultura. Cerchiamo allora di evidenziare qualche tratto della figura femminile espressa nella sua giusta dimensione.

La prima citazione da prendere in esame circa la figura femminile in chiave edificante e docente è quella che traspare dai versi de La Nina ad opera di Renato Simoni su "La Tradotta" n. 3 del 7 aprile 1918 in cui la giovane donna rifiuta le avances dell'imboscato e dichiara apertamente che per lei il suo ideale di uomo da sposare deve vestire in grigio-verde. Riguardo poi all'apologia della donna e del suo ruolo dobbiamo doverosamente ricorrere all'elegia di Renato Simoni ne Le nostre donne ("La Tradotta" n. 21 del 15 dicembre 1918): Qui, al campo, ove non s'ode / giammai fruscio di gonne, / cantar la vostra lode / io voglio o care donne. L'ultima figura di donna presa in esame in questo contesto è La Madonnina Blu ("La Tradotta" n. 4 del 14 aprile 1918), scritta sempre da Renato Simoni in rima alternata e con un testo semi-vernacolare. In quest'ode viene evidenziata la figura di Papa Sarto, nelle vesti più modeste di un curato di campagna originario dei luoghi, che si materializza in una chiesetta nei pressi del Piave per riposarsi e "fare due ciacole" con la Madonna. Si rivolge quindi alla Mamma Celeste quasi con fare di chi chiede un parere prima di enumerare un'aspra serie di malvagità commesse dagli austro-tedeschi ed i loro alleati non solo verso la popolazione inerme, soprattutto le donne, ma anche contro gli oggetti ecclesiali quali campane e chiese. Queste denunce provocano tale risentimento e commozione nella Madonna che: La Madonnina che sta sull'altare / Tra tante rose, vestita di blù, china la fronte, e due lagrime amare / cadon sui ricci del bimbo Gesù. / E il vecchio Papa dal cuore suo puro / questa preghiera ai soldati mandò: / "Salvè l'Italia, putei, tignì duro! / Viva l'Italia! Ed in ciel ritornò. Naturalmente ciascuna delle tre citazioni ha una sua morale o, se vogliamo, una profondità psicologica: mentre nella prima e nella terza ricorre una forte e costante necessità di combattenti e si rimarca una serie di atrocità che possano generare sentimenti di rivalsa, opposta è la situazione in cui si levano le lodi verso le donne. A dicembre del 1918 la guerra era finita vittoriosamente e potevano quindi sciogliersi le magnificazioni e il giusto tributo alle mamme e alle spose che si erano sostituite in tutto ai loro uomini, ma che li avevano anche spronati e rassicurati celando gelosamente sofferenze e privazioni.

 

 

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