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RIDERE
È GUERRA
Ridere
è una forza indispensabile all'uomo.
Ridere è guerra
Gec (Enrico Gianeri)
Di
ben altre guerre si parlava tra il 1914 e il 1918
in Europa, quando logoratisi gli instabili
equilibri della politica e della diplomazia,
iniziarono a parlare le armi. In anni in cui ci
siamo abituati a vivere le guerre in diretta sul
piccolo schermo televisivo mediati solo
dall'affanno preoccupato degli inviati che rendono
palpabile a tutti la tragedia, ci resta assai
difficile immaginare gli scenari della Prima Guerra
Mondiale, le crudeltà, i massacri indicibili
degli assalti alla baionetta, l'estenuante guerra
di posizione nelle fetide trincee, culla di un
mondo che iniziava e finiva lì. Eppure in
momenti di immane tragedia, in quelle attese
snervanti rotte solo dalla pietas per gli amici
morti, non c'era solo il cupo odore della morte. Si
faceva largo, grazie anche tanti intellettuali che
vestivano il panno grigioverde una conoscenza che
solidificava la speranza della vittoria, creava una
coscienza unitaria unendo mentalità e
attitudini diverse per un obiettivo comune, si
faceva largo, insomma, la voglia di stringersi per
far posto alla voglia di riscatto. La solitudine
dei soldati in trincea, l'attesa spasmodica degli
ordini di attacco, inframezzata solo dalla dolcezza
dei ricordi di ciò che si era lasciato a
casa, in una guerra dei nervi con il nemico, che a
poche centinaia di metri, viveva in fondo una
situazione speculare, furono l'humus su cui
andò ad incidere la campagna propagandistica
dello Stato Maggiore dell'Esercito. Era il 1918, la
guerra aveva vissuto già tante stagioni, e
si apprestava al suo bagliore finale. Vittorio
Emanuele Orlando e il gen. Diaz riorganizzavano le
file dell'esercito, e la Battaglia del Piave si
intravedeva all'orizzonte, quando il "Servizio P."
presso il Comando Supremo si convinse che in fondo
anche "ridere è guerra". Al beffardo scherno
dei potenti di sempre, bastò sostituire i
pupazzetti della guerra, per rimotivare le truppe,
lenire il logoramento delle battaglie, rianimare i
soldati e il loro morale. A queste scelte non
furono probabilmente estranei personaggi come Ugo
Ojetti e Giuseppe Lombardo Radice chiamati da Diaz
a collaborare in questa fase di rilancio delle
strategie non solo militari. E il salto di
qualità ci fu e fu evidente: ai ciclostilati
"alla buona", saltuari, fatti con pochi mezzi dai
soldati per i soldati, quasi a pretesto per
sfottò o per animare i conciliaboli, si
sostituisce via via una stampa periodica di
qualità professionale, scritta e preparata
da giornalisti-soldati per i soldati, di buona
realizzazione anche tipografica. Le cifre parlano
da sole: dal giugno 1918 vengono regolarmente
spedite al fronte almeno 28 testate destinate alla
prima linea, e una decina diffuse nelle retrovie e
nelle città. Sono giornali ovviamente
differenti uno dall'altro, come impaginazione,
impostazione e realizzazione a stampa, c'è
il semplice bianco-nero ma anche smaglianti colori,
si va dal giornale che echeggia un modello di
successo come quello de "L'Asino" di Podrecca e
Galantara, vero punto di riferimento da molti anni
in quello scorcio del Novecento, ad impostazioni e
pretese più modeste. Me non mancano neppure
certe raffinatezze iconografiche - Soffici sulla
Ghirba, tanto per citarne uno - così come
non mancano banali pagine dei lettori-soldati, vere
palestre per far sbizzarrire chi inframezza questi
divertissement alle tensioni della guerra.
Probabilmente c'è l'Ufficio Propaganda a
tirare le fila, un Ufficio che prepara spesso
qualche promemoria che viene poi sviluppato dalle
redazioni, ma è anche vero che i
fanti-redattori hanno nomi celeberrimi: Pietro
Jahier, Gaetano Salvemini, Emilio Cecchi, Giorgio
De Chirico,, Giuseppe Ungaretti, Curzio Malaparte,
Salvator Gotta, Gioacchino Volpe, Ardengo Soffici e
tanti altri. Certo non è tutta satira, ma
non sono nemmeno noiosi bollettini di guerra:
all'informazione più tradizionale, in fondo
pensa già quella manciata di giornalisti
(nel 1916 erano 14) accreditati presso il Comando
Supremo e autori di una cronaca asciutta e
addomesticata dalla retorica e dalle reticenze.
poiché in fondo deve solo rassicurare chi
sta a casa più che informare, visto che il
dibattito vero sulla guerra e i suoi esiti resta in
quegli anni confinato alle classi medio-alte della
società - ma coglie l'obiettivo di aumentare
a dismisura le tirature. Successo di diffusione che
la stampa tradizionale d'informazione condivise
proprio con i Giornali di trincea. Ogni Armata, a
1918, inoltrato ne aveva ormai uno che seguiva una
propria linea, per quanto le malignità sul
nemico, gli sfottò ai Governanti
austro-ungarici, l'esasperazione comica dei luoghi
comuni, in fondo accomunava tutti. Qualcuno
riusciva anche a farlo attraverso un'iconografia
pregiata d'artista, e il risultato fu imponente e
importante.
La satira dei giornali di trincea, fu comunque lo
sforzo del "quarto potere" per motivare l'assalto
finale alla vittoria con gli stilemi della satira,
certo ben diverso da quell'esempio di violenta
satira alla guerra che la settima arte proponeva a
firma del genio di Chaplin nel suo Shoulder
Arms (Charlot soldato) (1918). Un
capolavoro satirico che, come scrisse Louis
Delluc, precursore dell'estetica cinematografica,
è "un'opera che giustifica tutto quel che si
può sperare dal cinema" e che segna il
trionfo della libertà dell'individuo in
assoluto contro ogni sorta di censura, propaganda o
mezza verità.
Cinzia
Bibolotti
Franco A.Calotti
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STAMPA
SATIRICA E GIORNALI DI TRINCEA DURANTE LA PRIMA
GUERRA MONDIALE
di
Raffaele Bozzi
L'elemento
determinante per l'entrata in guerra, a fianco
dell'Intesa, fu la stampa italiana che, salvo
pochissime eccezioni, diventò fautrice della
necessità di intervento dell'Italia. Fra i
più accesi e convincenti i giornali satirici
già esistenti, fra cui primeggiavano Il
Travaso, Il Guerin meschino, Il Pasquino ed altri
da poco nati come Il 420, L'On.509, il torinese
Numero. In un primo momento restarono fuori L'Asino
del socialista Galantara ed i cattolici Il Mulo ed
Il Bastone che ben presto, a guerra dichiarata si
schierarono con gli altri.
Dunque
il 23 Maggio del 1915 l'Italia entrò in
guerra con la generale convinzione che in tre mesi
e con un minimo impegno di bilancio, la guerra
sarebbe stata terminata e vinta.
La
dichiarazione di guerra aveva anche aspetti di
farsa, veniva dichiarata guerra alla sola Austria e
si dovette attendere l'Agosto dell'anno successivo
per considerare nemica "anche" la Germania. Nel
1917, crollato il fronte Russo, le truppe Italiane
non ressero l'offensiva Austro-Tedesca e fu il
disastro di Caporetto.
Obblighi
accordati all'Alleanza, le necessità
politiche, le sussurrate ma non meno sensibili e
insistenti pretese dell'opinione pubblica,
chiedevano il rinnovarsi delle offensive, il
ripetersi di inutili sacrifici. Nel 1917 due
offensive inutili con 92.000 morti ed oltre 200.000
feriti, con enorme dispendio di materiale bellico,
avevano spostato il fronte di qualche decina di
metri.
Perciò
la sconfitta di Caporetto fu principalmente dovuta
a cause militari anche se non si può
escludere che anche fattori morali e psicologici
abbiano influito sullo stato d'animo e sullo
spirito combattivo dell'esercito.
L'universitario
di umile origine, tornato in licenza, trovava
l'amico di studi "di buona famiglia" che insieme
alle colleghe di Università si trastullava
in qualche Comitato per corrispondere con i
combattenti al fronte o per provvedere alla
spedizione di una sciarpa o un paio di calze di
lana. Il padre di famiglia con moglie e prole,
tornato ad abbracciare la famiglia ed affacciatosi
all'osteria del paese per salutare gli amici
più "fortunati" era obbligato a sorbirsi il
racconto delle gesta e delle imprese amatorie,
talvolta anche "nell'orto del vicino", del celibe a
cui la professione di operaio o altra strategica
incombenza, avessero evitato la trincea. Molte
volte il ritorno al freddo ed al bagnato della
trincea era preferibile all'umiliazione di subire
privilegi ed ingiustizie.
Si
tenga presente, inoltre, che la più diffusa
professione nell'Italia del 15-18 era quella
dell'agricoltore. Il pensiero del soldato
contadino, in trincea o durante un attacco, era per
la mucca che partoriva, per il fieno da proteggere
dalle piogge, per il grano o il mais da diserbare e
rincalzare, per l'uva da raccogliere prima che la
cattiva stagione ne compromettesse la
qualità, per tutte quelle "faccende" che
scandivano le ore, i giorni, le stagioni di una
esistenza dove l'importante era sopravvivere. Dopo
le preoccupazioni per i mezzi di sussistenza
venivano i pensieri per la famiglia lasciata a casa
con solo i vecchi, le donne, i bimbi. Quando il
sussidio dello Stato Italiano non bastava, spesso
la famiglia lasciata sola si trasferiva anche
lontano per le "opere stagionali". Dal Veneto, dal
Piemonte, dalla Emilia nei latifondi dei grandi
proprietari terrieri, come nell'Agro Pontino per
mietere, diserbare, rincalzare, raccogliere frutta
e tabacco dormendo sotto le tettoie per
l'essiccazione del tabacco e riportando alla casa
lontana qualche centesimo e la malaria o altre
infermità. Nel giornale Il piccolissimo di
Giovanni Cena, illustrato da Duilio Cambellotti,
viene narrata l'odissea dei contadini veneti che
rincorrono un tozzo di pane nelle bonifiche Romane
perché la forza lavoro della famiglia
è stata prestata alla Patria. Spesso il
contadino faceva il primo viaggio della sua vita
per raggiungere la caserma, spesso era
semianalfabeta, ma non gli era concesso di avere
paura e tornare indietro, perché sarebbe
stato fucilato e se, per disperazione ed impotenza
si fosse dato prigioniero in "modo equivoco",
avrebbe rischiato di privare la famiglia rimasta a
casa del sussidio di sopravvivenza e sarebbe stato
dichiarato disertore.
Dopo
Caporetto la Nazione prese coscienza del disastro
della guerra e molte cose cambiarono. Il nuovo capo
del Governo, Orlando, riuscì ad intuire la
tragedia di un popolo in guerra e venne creato un
servizio: il servizio "P" a cui fu affidato il
compito di propaganda presso i combattenti ma anche
verso il fronte interno affinché la guerra
diventasse la "battaglia" di tutto un
popolo.
Dai
primi giorni del 1918, ogni armata, ogni Corpo di
Armata, talvolta anche alcune singole Divisioni e
Reggimenti ebbero il loro foglio. Fin dall'inizio
della guerra esistevano giornali scritti, disegnati
nelle trincee dai soldati e dai graduati,
dattiloscritti, ciclostilati, poligrafati, stampati
presso tipografie ancora aperte nelle vicinanze
delle linee di fuoco, talvolta scritti e disegnati
a mano e recitati al bivacco nelle pause della
battaglia. Nei nuovi giornali, stampati talora con
dovizia di mezzi e con collaboratori
professionisti, ma spesso in uniforme, si nota un
cambiamento epocale: la guerra non è bella
ma talvolta è necessaria e viene combattuta
non in forza ad un volere politico o militare ma
perché te lo chiede il tuo popolo, anche la
tua famiglia.
Rileggiamo
insieme l'apertura del giornale La trincea : "Che
cosa è il fante? Il fante è
quell'uomo che ti ci hanno detto sempre che la
guerra era una barbaria e poi te lo hanno imballato
in carro bestiame per mandarlo a fare la barbaria.
Allora lui non ha capito più... Il fante
è quell'uomo che ti ci hanno insegnato che
la sua patria era il mondo e poi ti hanno scoperto
nel millenovecentoquindici che la sua patria aveva
un confine... Allora il fante ha cominciato a
farneticare. Il fante è quell'uomo che ti ci
avevano proprio adesso incominciato a dare
l'alfabeto, come chi dicesse il biberone della
cultura, e poi tutto in un momento ci hanno
cominciato a schiaffare nella capoccia il diritto
delle genti, il progresso, la civiltà,
l'evoluzione e tutte quelle cose dei giornali che
non ci capisce niente nemmeno chi ne parla tutto il
giorno. Allora il fante è come se gli
scoppiasse un razzo illuminante nel cervello. Il
fante poi, adesso che comincia ad aprire gli occhi
perché ci ha un pezzo di patria invasa e
capisce che il tedesco gli vuole insegnare che la
patria è il mondo per rubargli quello che ha
e bruciargli il resto, mangia la foglia, ma si
trova ancora come chi dicesse con un piede nel
passato e uno nell'avvenire, che è una
posizione molto scomoda... lui non può
andare a casa finché non sono disposti ad
andarci anche i cecchini e che il miglior modo di
persuadere i cecchini è quello di non farli
vincere più, il fante mangia la
foglia..."
Con
il fraseggiare tipico del corrispondente di guerra
Luigi Locatelli, che scriveva con lo pseudonimo di
Oronzo Marginati, ecco lo scopo dei giornali di
trincea: far capire al fante, lontano da casa,
impaurito che la guerra era giusta anche se brutta
e l'unica soluzione era sconfiggere definitivamente
un nemico oppressore e violento per ottenere una
pace giusta e duratura.
La
drammatica esperienza di Caporetto aveva messo in
luce il problema della crisi morale delle truppe e
con ritardo rispetto agli altri paesi belligeranti,
i vertici politici e militari, fino ad allora poco
propensi ad assumersi la responsabilità
diretta degli errori, cominciarono a prefiggersi
l'obiettivo di un sostegno psicologico che contro
la facile suggestione del cedimento e
dell'abbandono, sviluppasse le ragioni della
resistenza e della riscossa. Caporetto ebbe anche
il merito di avvicinare il paese al fronte, in un
abbraccio ideale e partecipato. Lo spauracchio
dell'invasione e della sconfitta risvegliò
la consapevolezza degli eventi anche in coloro che
lontani dalle cannonate si erano cullati nell'oblio
del conflitto adagiandosi nelle comodità di
una vita normale anzi, se possibile, approfittando
e speculando in quei momenti tragici per alcuni,
sulle occasioni che eventualmente si fossero
presentate.
I
giornali di trincea, specie quelli stampati con
dovizia di mezzi e valenti collaboratori parlarono
un linguaggio comprensibile e valido sia per il
soldato nella trincea, sia per le famiglie rimaste
a casa in attesa del ritorno dei propri cari dal
fronte sia per coloro che non erano stati coinvolti
dal conflitto. L'improvvisazione e l'inesperienza,
soprattutto per i giornali stampati con l'impiego
di scrittori e disegnatori, presi in prestito anche
da giornali per l'infanzia, allontanò questi
fogli stampati dalla reale psicologia complessa e
ricca di innumerevoli sfaccettature della truppa
combattente. I giornali stampati lontano dalle
linee del fronte mancavano di spontaneità in
contrapposizione ai giornali che venivano compilati
fra gli stessi combattenti con le loro
singolarità e differenze. Questi veri
giornali di trincea favorivano una valida ed
immediata comprensione perché erano
alimentati da comuni esperienze di vita ed erano
più recepiti sentimentalmente che capiti
intellettualmente, basati su argomenti semplici e
popolari. In realtà la semplicità,
quasi infantile era caratteristica della quasi
totalità dei fogli stampati, soprattutto
rispetto ai corrispondenti degli alleati o degli
avversari. Forse questa era la conferma che i
nostri combattenti non erano ancora "adulti" e
maturi per vivere da grandi la tragedia della
guerra. Erano più immaturi, più
inesperti, con meno tradizioni sulle spalle ma non
per questo furono risparmiati dai sacrifici, dai
lutti e ingiurie: furono eroi perché
dovettero affrontare, da inesperti, il mostro
sconosciuto della guerra. Molti dei giornali
abusarono della satira e dell'ironia che, sebbene
provocando il riso favorissero la trasmissione di
idee a gente semplice, con l'animo del fanciullo,
costruivano una trasfigurazione eccessiva e forzata
della realtà di cui non si poteva ignorare
la tragicità. Insomma, i giornali di trincea
rivelano poco al cronista e allo storico, anche
perché sottoposti a censura, ma aiutano
molto lo studioso a comprendere i mutamenti che
avvennero nella nostra società e... dopo la
Grande Guerra, nel bene e nel male, niente fu come
prima.
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IL
NEMICO
di
Francesco Maggi
Patapunfete!
L'impero
Della forca è andato in tocchi
E Carletto il menzognero
Si è piegato sui ginocchi;
Vienna è vinta e si dispera,
Fece piangere? Ora pianga!
La bandiera gialla e nera
È nel fango? Ci rimanga.
VIVA
IL SOLDATO è il titolo della composizione di
Renato Simoni apparsa sul Supplemento 2 al numero
18 de "La Tradotta" datato 7 novembre 1918. E' un
ovvio elogio al soldato italiano a guerra appena
conclusa, per il prodigioso lavoro compiuto nella
riappropriazione dei territori nazionali. Ma di
fronte a queste giuste celebrazioni qual era il
rovescio della medaglia? Quale rappresentazione
costante, quale iconografia del nemico appare nei
Giornali di Trincea o nel materiale di propaganda
il cui primato spettava alla cartolina in
franchigia? Prima di continuare è d'obbligo
una doverosa precisazione: nei Giornali di Trincea
non troveremo mai la cronistoria di un
combattimento, il resoconto di una battaglia dalle
sorti favorevoli o avverse, di un atto eroico
oppure di codardia, di prigionieri fatti o di
perdite subite. Le stesse impressioni di un
cronista presente alle azioni guerresche si
potevano visualizzare soltanto nei quotidiani;
nella letteratura di trincea queste notizie erano
assolutamente latitanti. Del resto i pochi eventi
bellici rappresentati in maniera vaga e
frammentaria forniscono solo lo spunto per una
caricatura, per una poesia, per una trovata che
possa, suscitando l'ilarità del lettore,
ribadire due concetti fondamentali: la propria
forza e la debolezza dell'avversario. Sin dalle
prime edizioni, corroborate anche dal conforto di
successi militari che avevano riacceso la speranza
di ribaltare le sorti del conflitto, la
riconquistata fiducia veniva amplificata nel
disegno, nella satira, nell'umorismo che permeava
ogni foglio stampato. Le idee si tramutavano in
vignette umoristiche e canzonatorie forse
più idonee a rappresentazioni goliardiche
studentesche che non a trattazioni delle tragedie
della guerra. Ma il risultato positivo era
garantito ad esempio ne "La Tradotta" dai bozzetti
scanzonati di Antonio Rubino e dal personaggio di
Muscolo Mattia, nato dalla sua penna, assurto e
idealizzato a prototipo del soldato italiano. Gli
interventi di questo protagonista procurano
situazioni esilaranti ad effetto "domino",
provocano terrore e sconcerto fra le file nemiche e
sortiscono attraverso la caricatura lo scopo ultimo
di magnificare l'italica superiorità. Ecco,
quindi, che all'odio, all'antagonismo etnico si
sostituisce la consapevolezza delle proprie
capacità, la convinzione della bontà
delle proprie rivendicazioni e la giustezza del
trionfo del buono sul cattivo. Il soldato nemico
è rappresentato come schiacciato, imbelle,
sbigottito, infilzato nella baionetta, tremolante,
inerme, con gli occhi fuori dalle orbite da cui
traspare il terrore, incapace di opporre la pur
minima resistenza mentre il nostro eroe rotea il
moschetto '91 come clava bastonando il nemico;
utilizza le mani anziché le pallottole con
l'unico obiettivo di dominare il nemico e farlo
ritirare incerottato e malconcio, "offeso
dall'offensiva".
Ma
i personaggi maggiormente stimolati dalla satira e
che più incarnano la verve caricaturale sono
i Capi o Regnanti dell'epoca. Svariate sono le
situazioni di ilarità anche greve che
coinvolgono i vari personaggi come il Kaiser,
l'imperatore Francesco Giuseppe, Carlo I d'Asburgo,
l'imperatrice Zita di Borbone immortalati in
poesie, fumetti, illustrazioni, parodie, salaci
caricature quali incontrastati mattatori sulla
scena di un ipotetico teatro delle marionette o
nelle vesti personalizzate delle figure del Male.
Tramite questi meccanismi e queste deformazioni
della realtà il soldato impara a figurarsi
l'antagonista ed a coltivare sentimenti di
avversione. La formula, quale naturale osmosi
bambino-adulto, viene presa in prestito anche da
parodie già collaudate dal "Corriere dei
Piccoli": è il caso de Il re antropofago,
storiella in otto quadri di Antonio Rubino ("La
Tradotta" n. 2 del 31 marzo 1918), dove si esamina
la candidatura di un degno crudele sostituto del re
venuto a mancare ed alla fine la scelta si dirige
sul Kaiser Guglielmo II: Vien Guglielmo col suo
vario / Rinomato campionario / D'arti barbare, arti
sozze, / gas, siluri e mani mozze. / I cannibali a
una voce / Gridan tutti: - il più feroce, /
il più barbaro sei tu, / degno re degli
Zulù! -
Il
livello estremo di classificazione negativa si
raggiunge forse con il fenomeno
dell'aggressività diffusa di cui era
permeata l'opinione pubblica di tutti i Paesi
coinvolti nel conflitto ossia la demonizzazione del
nemico; anzi addirittura il primato del terrore con
il Proclama di Lucifero e l'ammissione: "Siamo
superati dai tedeschi i quali hanno inventato tali
atroci mezzi di strage e di tortura che è
nostro preciso dovere quello di ritirarci nelle
profondità tenebrose dell'inferno lasciando
il comando di tutte le forze infernali nelle mani
del Kaiser"; ("La Ghirba" n. 29 del 31 dicembre
1918). Il seguito è fornito dalla risposta
del Comando Settore Stige in cui si assicura il
Comando Superiore delle Forze Infernali di aver
inviato giovani diavoli a frequentare corsi di
crudeltà ed infamia in Germania ed in
Austria-Ungheria. Questa storiella, abilmente
orchestrata da Ardengo Soffici che aveva diretto
"La Ghirba" con "la penna ed il pennello" è
preceduta da una chiarificazione circa pseudo
incartamenti postumi ritrovati nell'archivio
dell'ex Kaiser.
Carlo
I d'Asburgo viene chiamato impietosamente Carlino
ne "La Tradotta" a causa della giovane età
ed identificato come un bambino bugiardo e
capriccioso; era del resto accusato in patria di
essere un debole, un incompetente ed anche succube
della moglie italiana. Il numero 10, datato 13
giugno 1918 del giornale della 7^ Armata "Il Razzo"
reca in prima pagina alcune ilari scenette de La
giornata di Carletto. Inizia con la sveglia dopo
aver dormito sugli allori, si fa lisciare il pelo
dal vecchio Konrad, invia notizie sotto forma di
bolle di sapone tratte dal secchio dell'Agenzia
Informazioni, fa colazione con pane Kappa e...
carne Zita, ed appare al centro la sua effige di
uomo sdentato, incerottato e pieno di bernoccoli
che rappresentano le quote in altezza delle
sconfitte subite. Copiose sono le scenette in cui
questi personaggi sono trattati alla berlina per
cui è impossibile citarle tutte; a
completamento di questo scritto non certo esaustivo
si ricorre ancora a Renato Simoni che nel numero 15
de "La Tradotta" del 14 agosto 1918, con l'ode
L'Ospedale delle Incurabili, accomuna in modo
farsesco le sorti di Germania ed Austria:
Guglielmo e Carlo con febbril premura / Aprire
hanno dovuto un ospedale / Per sottoporre a
rigorosa cura / Le povere offensive andate a male.
/ L'offensiva austro-ungarica, distesa / Nel suo
lettuccio, rantolando va: / negli organi vitali
è stata offesa; / se prima fece schifo, or
fa pietà! / L'offensiva tedesca, annaspa,
scarica / Il gas supremo e fredda resta
là... / Sopra il letto vicin quella
austro-ungarica / Era sì morta che puzzava
già.
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LA
FIGURA FEMMINILE
di Francesco
Maggi
La
figura femminile come madre, consorte, sorella che
si sostituisce nelle gestioni lavorative nei campi
e nelle fabbriche al ruolo maschile incombe in modo
assiduo nelle giornate e nei pensieri di ogni
militare al fronte e fa la sua comparsa nei
Giornali di Trincea, in una veste
goliardico-popolare ospitata in rubriche quasi
costanti.
Iniziando
ad analizzare le rubriche di natura satirica la
nostra attenzione si dirige su "La Tradotta" e
sulle lettere del Soldato Baldoria e quelle in
risposta di Teresina tracciate dalla penna di
Arnaldo Fraccaroli ed illustrate da Giuseppe
Mazzoni. Da ricordare ancora Le Lettere dal Campo
di Pippo Buffa ne "La Voce del Piave" e
l'Epistolario di Rosina ne "La Giberna". La Rosina
conosce un po' tutti i dialetti anche perché
ha un moroso in ogni regione; solo il padrone di
Rosina non ha successo con lei perché vive
di rendita, non è un uomo del popolo e
soprattutto è contrario alla guerra. Anche i
nomi femminili ricorrenti sono nomi della
familiarità contadina, umile e casareccia.
Meritano una citazione i personaggi di Archibaldo
della Daga, fante, quasi Ardito ex piantone, e
della sua morosa Rosina Dal fodero, la cui
corrispondenza è infarcita da doppi sensi,
parole equivoche e pseudo volontari errori come ad
esempio quando Rosina scrivendo dice di aver
toccato "il dito con il cielo" perché
finalmente si ritrova tra le braccia del suo
moroso. ("La Ghirba" n. 18 del 18 agosto 1918).
Sensazioni diverse stimolano le affusolate figure
femminili in stile Liberty disegnate da Umberto
Brunelleschi ne "La Tradotta". Sono di incerta e
vaga definizione di status lasciando al lettore il
privilegio di decidere a seconda della sua
predisposizione mentale a quale "categoria"
assegnarle: potrebbero essere fanciulle
dell'aristocrazia o dell'alta borghesia intente a
raccogliere fondi o generi di conforto oppure altro
da destinare ai soldati e ai profughi delle
province invase; potrebbero anche essere
rappresentanti di "quelle signore" d'alto bordo che
oggi chiameremmo escort ma un tempo erano additate
con l'appellativo di cocotte. In un caso o
nell'altro si sarebbe trattato di elemento
femminile irragiungibile ma pur sempre capace di
generare sogni morbosi o voli pindarici
contribuendo quindi ad accantonare i cupi pensieri
della realtà della vita di trincea. Ma il
compito dei Giornali di Trincea non si esauriva
soltanto nelle forme ludiche, il loro intento era
anche di insegnare e del resto uno dei sottotitoli
del giornale "L'Astico" era "combattere e
seminare"; seminare ovviamente cultura. Cerchiamo
allora di evidenziare qualche tratto della figura
femminile espressa nella sua giusta
dimensione.
La
prima citazione da prendere in esame circa la
figura femminile in chiave edificante e docente
è quella che traspare dai versi de La Nina
ad opera di Renato Simoni su "La Tradotta" n. 3 del
7 aprile 1918 in cui la giovane donna rifiuta le
avances dell'imboscato e dichiara apertamente che
per lei il suo ideale di uomo da sposare deve
vestire in grigio-verde. Riguardo poi all'apologia
della donna e del suo ruolo dobbiamo doverosamente
ricorrere all'elegia di Renato Simoni ne Le nostre
donne ("La Tradotta" n. 21 del 15 dicembre 1918):
Qui, al campo, ove non s'ode / giammai fruscio
di gonne, / cantar la vostra lode / io voglio o
care donne. L'ultima figura di donna presa in
esame in questo contesto è La Madonnina Blu
("La Tradotta" n. 4 del 14 aprile 1918), scritta
sempre da Renato Simoni in rima alternata e con un
testo semi-vernacolare. In quest'ode viene
evidenziata la figura di Papa Sarto, nelle vesti
più modeste di un curato di campagna
originario dei luoghi, che si materializza in una
chiesetta nei pressi del Piave per riposarsi e
"fare due ciacole" con la Madonna. Si rivolge
quindi alla Mamma Celeste quasi con fare di chi
chiede un parere prima di enumerare un'aspra serie
di malvagità commesse dagli austro-tedeschi
ed i loro alleati non solo verso la popolazione
inerme, soprattutto le donne, ma anche contro gli
oggetti ecclesiali quali campane e chiese. Queste
denunce provocano tale risentimento e commozione
nella Madonna che: La Madonnina che sta
sull'altare / Tra tante rose, vestita di
blù, china la fronte, e due lagrime amare /
cadon sui ricci del bimbo Gesù. / E il
vecchio Papa dal cuore suo puro / questa preghiera
ai soldati mandò: / "Salvè l'Italia,
putei, tignì duro! / Viva l'Italia! Ed in
ciel ritornò. Naturalmente ciascuna
delle tre citazioni ha una sua morale o, se
vogliamo, una profondità psicologica: mentre
nella prima e nella terza ricorre una forte e
costante necessità di combattenti e si
rimarca una serie di atrocità che possano
generare sentimenti di rivalsa, opposta è la
situazione in cui si levano le lodi verso le donne.
A dicembre del 1918 la guerra era finita
vittoriosamente e potevano quindi sciogliersi le
magnificazioni e il giusto tributo alle mamme e
alle spose che si erano sostituite in tutto ai loro
uomini, ma che li avevano anche spronati e
rassicurati celando gelosamente sofferenze e
privazioni.
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